Suicidio assistito: il discorso che nessuno è pronto a fare

di | 31 Marzo 2025

Si parla tanto di suicidio assistito e secondo me se ne parla male, come se la cosa dovesse essere un’alternativa tra la proibizione o la sua offerta da parte del SSN: pragmaticamente io punterei a una depenalizzazione dell’aiuto al suicidio in caso di sussistenza di determinati criteri.

Ma alla fine anche i criteri sono un problema: qui la CC ne ha messi ma sono risultati subito stretti a qualcuno, con persone dipendenti non da macchine ma da altre persone e subito la gente indignata nei commenti e, ovviamente, la colpa della decisione dei tribunali civili sarebbe in qualche modo colpa del Vaticano…

Vabbè. In ogni caso, penso che ci sia una questione di fondo interessante… chi lo dice che il suicidio di una persona in grado di intendere e di volere dev’essere prevenuto e che assisterlo debba essere reato?

L’idea di santità della vita è di chiara origine cristiana ed è da essa che origina l’idea che la vita sia un qualcosa di intrinseco valore da tutelare, da cui poi deriva anche il no generalizzato al suicidio nel quale infilare eccezioni. Ma nel momento in cui si prova a vedere la vita sotto una lente più “laica” chi dice che è sacra? Sicuramente chi la possiede ha un interesse alla sua prosecuzione, ragion per cui la maggioranza delle civiltà aveva qualche problema con l’omicidio di uomini liberi, oltre a un generale fatto d’ordine pubblico. Ma una sacralità? Certo che no… Se l’interesse è quello alla prosecuzione se una persona, in piena coscienza e capacità mentale ritiene che tale interesse non c’è più perché dovremmo ritenere il suo atto problematico e l’assistenza ad esso un reato?

Il discrimine non dovrebbe essere quanto stai soffrendo o quanto dipendi da un’altra persona, ma semplicemente se sei capace di intendere le conseguenze di morire. Permettiamo già nei fatti di suicidarsi senza che nessuno intervenga, pensate ai testimoni di Geova che rifiutano le trasfusioni salvavita: sanno che muoiono? Si. Capiscono che cos’è la morte? Si. Sono in grado di prendere quella decisione lucidamente? Sì. Dice la legge: che crepino, anzi, commette reato chi trasfonde. Qual è la differenza se qualcuno gli passa una medicina per morire? O, addirittura, qual è il problema se qualcuno gliela inietta previa verifica delle capacità intellettuali e espressione di un chiaro consenso?

Leggevo su un sito di medicina che il caso dei TdG e di chi rifiuta le cure è “diritto di lasciarsi morire, non di volere la morte“, ma anche fosse il secondo? Se una persona capace volesse la morte perché dovremmo fermarla? Perché in uno stato laico bisogna continuare con la presunzione di sacralità della vita che è dunque indisponibile al cittadino invece di rendergliela disponibile se capace di intendere e di volere?

Perché tante cose che ho letto sul tema nel solco de “la vita è mia e decido io” dovrebbero valere solo se allettato e dipendente da una macchina e non sempre?

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