Pochi giorni fa Chiara Petrolini è stata condannata per aver ucciso uno dei sue duoi figli neonati: solo uno, perché dell’altro manca la prova provata che abbia respirato prima di morire, ossia che sia “nato vivo”.
Possiamo davvero sostenere che il valore di un essere umano si misuri in base al fatto che abbia respirato e che il futuro di una persona e venti e passa anni della sua vita siano legati ad un semplice movimento del diaframma, specie quando sappiamo che l’essere è sostanzialmente lo stesso pochi giorni prima del parto ma in quel caso la legge, per la sua soppressione, prevede soltanto una salata sanzione amministrativa? Cosa cambia di così radicale tra un feto di nove mesi e un neonato di un giorno da passare, per un atto sostanzialmente identico, da cinquemila euro di multa al carcere a vita potenziale?
Quella dell’infanticidio è, in bioetica e in filosofia del diritto, una questione ancora discussa: se tutte le società umane hanno un qualche tabù per l’omicidio di un adulto l’uccisione dei neonati è ampiamente praticata, tuttora e nella storia e la sua proibizione legale ha origini spiccatamente nella morale cristiana. Anzi, pure nelle società cristiane l’innalzamento dell’infanticidio al massimo rango dei delitti avvenne in base all’idea, oggi abbandonata dalla stessa Chiesa cattolica, che il bambino non battezzato non potesse salvarsi e venivano talvolta introdotte normative di censimento delle donne sole e gravide degne del Texas.
In effetti, passare da diecimila euro di sanzione amministrativa a decenni di reclusione è un cambio di fattispecie decisamente drastico… Va detto che l’idea che la nascita porti a un cambiamento di stato non è certamente nuova, ma molto spesso si trattava di legge civile, specialmente successoria: l’idea però che la stessa creatura, a poche ore di distanza, semplicemente per il fatto di aver respirato, meriti la massima tutela legale che l’ordinamento prevede e che da quel respiro dipenda nei fatti la vita di una persona è effettivamente discutibile, nel momento in cui abbiamo tutte le conoscenze scientifiche che abbiamo oggi sulla natura del feto e del neonato.
Spero di non scandalizzare nessuno se dico che l’atto compiuto dalla Petrolini non è moralmente equivalente al prendere una pistola e sparare a due persone a caso in piazza a Parma: per quanto innegabilmente entrambi cagionino la morte di due esseri umani, sparare in piazza è un atto pubblico, che termina la vita di due persone con un interesse a continuarla e che crea allarme sociale, mentre l’infanticidio è un classico esempio di atto privato, compiuto quasi sempre nel segreto e contro un essere umano che nemmeno sa di essere vivo: Cesare Beccaria, nel suo Dei delitti e delle pene, parlava proprio di ciò e riteneva che il ruolo dello Stato dovesse essere non punitivo, ma preventivo, essendo un “delitto di difficile prova” ben spesso figlio o della disperazione o del timore che il figlio possa crescere in un ambiente inadatto. Secondo il filosofo lombardo, in questi casi, la soppressione del neonato, “incapace di sentirne i mali”, avverrebbe “per il di lui bene”.
Alcune associazioni d’area femminista hanno denunciato il terribile atto della giovane parmense, ma hanno anche fornito una giustificazione: l’inaccessibilità dell’interruzione volontaria di gravidanza. È onestamente difficile pensare che in Emilia-Romagna, regione progressista dove gli obiettori sono da anni intorno al 30%, non sia accessibile, ma diamo pur per buono che magari è difficile riuscire ad andare ad abortire se sei sempre in famiglia.
Il bioeticista che c’è in me si chiede: davvero ci interessa come Chiara Petrolini ha deciso di non essere madre? Qual è la differenza sostanziale tra la soppressione di un feto e quella di un neonato? I discorsi di Tooley, Singer, Minerva e Giubilini sul tema sembrano un riempitivo per quando si ha troppo tempo libero e poco tempo per impiegarlo, ma qualora ci rendessimo conto che questa grande differenza non c’è staremmo per dare molto tempo libero alla Petrolini senza alcuna ragione.
Onestamente, non sono ancora riuscito a trovare la ragione per cui uno degli atti sia intrinsecamente buono e l’altro sia intrinsecamente cattivo, mi sembra che la maggioranza delle posizioni parta già dall’assunto che l’aborto vada bene e l’infanticidio no. Se si parla, come oggi è diffuso, di diritto all’autonomia corporea e che nessuno ha diritto a usare un’altra persona per vivere, per quale ragione esso termina con la nascita e la donna andrebbe obbligata a prendersi cura, col proprio corpo di un bambino? Certo, l’azione della Petrolini non è stata una mera negazione delle cure, azione che comunque è ben spesso qualificata come omicidio volontario dal nostro diritto, ma un attacco diretto alla vita di almeno uno dei due bambini: ma questo possiamo dirlo anche sostanzialmente di qualunque aborto volontario, dato che l’umano non ha un meccanismo innato per causarne uno e si deve, in un modo o nell’altro, causare la morte dell’embrione o del feto per terminare la gravidanza.
È pur vero che viviamo nell’era del positivismo sfrenato, dove “reato è quando lo Stato fischia”, ma anche in questa era un principio dev’essere rispettato: quello della proporzionalità, e passare da una sanzione amministrativa al carcere a vita è evidentemente sproporzionato, specie se consideriamo che molte delle ragioni che rendono socialmente conveniente la depenalizzazione dell’aborto sono applicabili all’infanticidio, eccezion fatta per quella del rischio dell’aborto clandestino, comunque molto recente e legata al progresso della medicina, che ha reso più sicuro l’aborto rispetto alla nascita con conseguente abbandono.
Non vogliamo rovinare la vita a una donna che sceglie di sopprimere un essere che nemmeno sa di esistere ma siamo pronti a farlo nel momento in cui è nato, nonostante sia paradossalmente più naturale questo abbandono rispetto all’aborto: queste sono le conseguenze di un’etica incompleta, un po’ cattolica un po’ secolare, né carne né pesce, dove la vita è sacra ma solo ogni tanto.